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Il 15 luglio è stata una delle date più emozionanti della mia storia motociclistica, anche perchè, pur avendo una discreta passione per i mezzi a due ruote, non mi ero mai cimentato in un viaggio così impegnativo.

Anzi, non mi ero cimentato in nessun viaggio tranne quello che feci una dozzina d'anni fa lungo le italiche strade fino a Gallipoli col mio Ducati 900 Super Sport (quello col faro quadrato) che, tra l'altro, era una gran moto.

Mi ricordo che fu funestato da un caldo esagerato, con molte soste e che lo feci insieme al mio amico "Er Bionno", che a quei tempi era il felice possessore di una Yamaha FZ 750 la quale, per gli standard odierni, era praticamente una bicicletta che andava oltre i 230 km/h, con un tasso di pericolosità secondo solo alla Kawasaki 750 a due tempi degli anni '70.

Era un bel po' di tempo che pensavo a quest'impresa e praticamente nessuno di coloro che mi conoscono avrebbe mai creduto che sarei partito e, sopratutto, arrivato in fondo.

C'è dello scetticismo in giro.

Il duo iniziale composto dal sottoscritto e dal Pegoraro Raimondo, col quale lavoro a Mosca, doveva ampliarsi fino a raggiungere 5 piloti con relative motociclette e uno o due veicoli fuoristrada con personaggi famosi, medici, teleoperatori, meccanici, cuochi, agenti segreti ecc., e poi ci voleva qualcuno che finanziasse la titanica impresa e la facesse vedere a milioni di telespettatori.

L’idea era quella di realizzare un vero reality show, sperimentando comportamenti e reazioni di personaggi più o meno noti di fronte a situazioni piuttosto estreme e difficoltose, visto la lunghezza del viaggio ed alcune difficoltà come i 1600 km di sterrato in Mongolia.

Dopo vari tentativi di coinvolgere i vari personaggi al fine di trasformare il nostro viaggio in un prodotto multimediale con risvolti umanitari abbiamo capito che sarebbe stato molto più semplice fare i bagagli e partire e basta.

Quindi, dopo tre giorni di scervellamenti su cosa portare e soprattutto su come fare per imbagagliare il tutto, eccoci all'ultima notte prima della partenza a casa di Franco, il quale tre giorni prima comunica a Raimondo che non sarebbe stato della compagnia, nonostante le sue tre ore di palestra al giorno tutti i giorni per sei mesi al fine di arrivare alla partenza tirato come una corda di violino.

Subito qualche malalingua affermò che lo sapeva che proprio lui, il veterano della Parigi-Dakar, l'uomo che ha pilotato bolidi a due e quattro ruote di ogni tipo e fattura, ci avrebbe mollato. Per me è stata una sorpresa e devo dire che mi è dispiaciuto non avere l'imprevedibile ed eclettico personaggio di cui sono stato tante volte ospite al nostro fianco.

Gli altri due sono Angiolino Tirapelle e Mauro Zanca.

Angiolino, che per praticità ed adeguamento alla lingua contemporanea chiamiamo Angelo, l'avevo conosciuto da poco e mi colpì per l'incomprensibilità del suo veneto che richiedeva l'aiuto di Raimondo per la traduzione e per l'impegno profuso nel propagandare il nostro progetto, con partecipazioni a fiere e missioni umanitarie, coinvolgimento delle istituzioni locali e cose del genere.

 

To be continued...

Il 15 luglio del 2010 siamo finalmente riusciti ad intraprendere il viaggio su cui io e Raimondo stavamo meditando da 3 anni.

Dopo vari ripensamenti sull'opportunità di avere al seguito un mezzo di supporto a 4 ruote e magari anche un cameraman abbiamo deciso di partire contando solo su noi stessi e sulle nostre GS, senza nessuna assistenza.

Avevamo anche pensato di poter far diventare questo tour un prodotto televisivo, ma il tempo e le risorse che avremmo dovuto dedicare alla realizzazione di un format sarebbero stati oltre le nostre possibilità.

All'ultimo momento Franco de Megni, il "quinto elemento", ha gettato la spugna e ci siamo ritrovati in 4, numero che, col senno di poi, si è rivelato perfetto, soprattutto per questioni di alloggio.

Abbiamo percorso 16500 chilometri in 31 giorni, con una media di 611 km al giorno, incontrando personaggi fantastici ed attraversando luoghi incredibili, dalle immense pianure del nord del Kazakistan alle verdi montagne dell'Altai, dagli insidiosi sterrati mongoli agli sconfinati boschi della Siberia, dove abbiamo visitato il magico lago Baikal ed apprezzato l'ospitalità della gente di queste terre, sperimentando difficoltà e vicissitudini di vario genere, accumulando un bagaglio di situazioni e di emozioni uniche.

L'unico rimpianto, almeno per il sottoscritto, è stato il poco tempo che abbiamo potuto dedicare a quei luoghi che ci hanno visto arrivare, fermarsi e ripartire troppo velocemente.

 

Un caro saluto a tutti,

 

Roberto Tistarelli